giovedì 15 gennaio 2009

Pagherete caro, pagherete tutto


Il mondo moderno è meraviglioso. Si può stare in tutti i luoghi e in nessuno, e tutto, o quasi, è alla nostra portata. Ascolti da Londra la radio italiana e sul tuo portatile guardi la conferenza finale di Bush in diretta; su youtube trovi il video della contestata prima alla Scala e leggi, se vuoi, i giornali di tutto il mondo senza uscire da casa. Io però, ultimamente, mi sono un po' estraniato. Affaccendato in ogni altro genere di faccende, ho chiuso la porta alle notizie dal mondo salvo qualche sporadica soffiata sull'ennesima vergogna italiana. Poi ho scoperto che posso scaricare uno dei miei programmi radiofonici preferiti in podcast sull'iPhone, e ieri stavo seduto comodamente (si fa per dire) in metro ascoltando Caterpillar in cuffia.
Così ho scoperto che Israele sta bombardando Gaza. Che lo sta facendo pesantemente. E che muoiono centinaia di persone, ogni giorno, da 18 giorni. Che morivano mentre io traslocavo, mentre compravo uno scolapasta bianco smaltato da Ikea, mentre decidevo se spendere o meno £18,50 in una Moleskine rossa, e mentre protestavo con Virgin Media per il ritardo nell'installazione della tv via cavo.
Non sono più un bambino, e non mi meraviglio più tanto facilmente. Ma non sono un cinico, e soffro per il prossimo. Soffro per le bombe, e per la violenza. Per la cattiveria, e per i soprusi. Così ho sofferto mentre andavo a lavoro, e ho pensato tanto, e mi sono incazzato, e ho capito.
I nostri padri manifestavano contro la guerra. Andavano in piazza per l'invasione della Cecoslovacchia, solidarizzavano con la Cina, con la Corea, si picchiavano gli uni con gli altri, neri contro rossi, pro contro contro, celerini contro tutti. Occupavano le fabbriche, o bruciavano le auto. Qualcuno sparava, e qualcuno lanciava molotov, o sassi. Sono finiti tutti in banca, stanchi di sognare e disillusi o comprati dal potere. A noi hanno lasciato in eredità il mito di un epoca, e la disillusione. Non lottiamo, non crediamo, non ci incazziamo. Solidarizziamo ancora, e a volte scendiamo in piazza. Ma alla fine siamo tutti convinti che non ci sarà un futuro migliore, e che le cose siano più complesse che rosse o nere. Comprando i nostri padri, hanno comprato anche noi. O voi. Io, con il vostro permesso, sono incazzato rosso.

martedì 13 gennaio 2009

L'uomo non osi ...



Ultimamente è tutto un gran rimestare di matrimoni, anelli, bambini e amenità simili. Dicono sia l'età. L'orologio biologico, l'essere 'cresciuti' e il 'desiderio di stabilità'.
Io non so se siano tutte balle, o se non lo capisco perchè sono altrove. Forse entrambe. Quello che so è che sono stato invitato a tre matrimoni nel 2009, e aspetto la nascita di mia 'nipote' Matilde ad Aprile, e che metà delle mie ferie andranno via così. Con piacere, ma forse con, ogni volta, un maggior numero di dubbi e domande in testa.
Forse dovrei smetterla di viaggiare in direzione ostinata e contraria e odiare i riti sociali privi di sentire, o forse devo arrendermi all'idea che il mondo è diverso, e che nella diversità è il sale della vita.
Eppure non riesco a non chiedermi: quando abbiamo smesso di sognare e siamo diventati animali 'sociali'? Quando abbiamo rinunciato al principe azzurro e abbiamo iniziato a pensare che un vestito bianco e delle bomboniere d'argento potessero essere fondamentali per la nostra vita? Insomma: quando siamo 'cresciuti'?
Discuto con un'amica giovane e innamorata, che non riesce a togliersi dalla testa il ragazzo che l'ha fatta sognare ed ha poi mandato in frantumi tutto non portandola via sul suo cavallo bianco. È ossessionata da lui, disperata per non poterlo avere, e affranta nel constatare che la favola non esiste. La consolo, e cerco di spiegarle che la favola non esiste, almeno non in questo caso. Vorrei iniziasse a considerarsi una donna, degna di attenzioni e oggetto di desiderio, e che anteponesse un po' più sè stessa agli altri. Cerco di riportarla alla realtà, e tutto ciò che vorrei è che lasciasse andare quel sogno che so impossibile per tuffarsi in quello, possibile, della vita, della gioia dell'amare ed essere amati, del sentimento egoista sublime che appaga quando corrisposto e si nutre di sè.
Eppure non riesco a non pensare che forse sto soltanto diventando cinico, e che ho dimenticato la passione fine a sè stessa, e la bellezza quasi masochista dello struggersi per l'amore impossibile. Sono cresciuto e credo nelle relazioni, in quelle vere, credo nell'amore che si realizza giorno dopo giorno, ho fiducia nella donna con cui divido il letto e vedo me stesso migliore ora che parlo di 'noi'. Non credo nel matrimonio come valore in sè, e non credo nell'impossibilità dell'uomo di separare ciò che Dio ha unito. Ma quando tutto questo è iniziato? E cosa ho perso crescendo?
La mia amica mi vuole bene, ed è forte. Uscirà da questa storia ed avrà amore in abbondanza, un giorno. Lo merita, e lo sappiamo entrambi. Magari si sposerà, ed avrà figli, e io sarò invitato al suo matrimonio. Speriamo non quest'anno. Vorrei fare qualche giorno al mare...