
"Nel linguaggio comune, mal d'Africa si riferisce alla sensazione di nostalgia di chi ha visitato l'Africa e desidera tornarci (così come saudade è la nostalgia del Brasile). L'espressione sarebbe stata pronunciata anche da Benito Mussolini durante il periodo della Repubblica di Salò riferendosi alla sua nostalgia per le colonie italiane in Africa."
Novembre non è il momento migliore per visitare la Sicilia. Infatti non è un buon momento per far nulla se non rilassarsi a casa pensando a cosa regalare a Natale ad amici e parenti e cercare di risparmiare un po' in vista dei saldi di Gennaio. Infatti non è che proprio ci volessi andare, in Sicilia, ma tant'è... A Palermo ha piovuto per 10 giorni di seguito, il che se non altro è stata una benedizione per il finocchietto di montagna che è degnamente morto nella mia pasta con le sarde, ma al di là di questo niente di positivo. La città è sempre irrespirabile. Caotica, confusa, isterica. Traffico matto, posteggi inesistenti, code interminabili e sveglia mattutina al sapore di clacson e bambini di scuola media urlanti. Mondello di Lunedì era deserta e silenziosa oltre che ventosa, e Sferracavallo alcuni giorni dopo sembrava la Versilia di Sapore di Mare nella scena con Selvaggia che guarda Gianni andare via con la Sig.ra Balestra.
D'accordo, io avrei voluto che tutto fosse perfetto. Se non altro, ci avevo sperato. Volevo guardare tutto con occhi diversi, distaccati. Speravo quasi di ritrovare quella calma di certi momenti passati e felici. Ho pensato che, cambiato io, il grosso fosse fatto, e il mal d'Africa potesse fare il resto. Invece la pioggia ha solo intristito le macerie, e lavato via tutto il resto.
Palermo è sporca, grigia. È una città povera, e desolata. Bellissima, come certe bellissime donne che si aggirano per la città con vecchie pellicce e gioielli, maltruccate e con le unghie sporche, macchiate chissà dove da un qualcosa che non va via, come un peccato originale che non si può più lavare. È una nobildonna, povera ma altera, fiera, orgogliosa, che saluta tutti con un ghigno e tutti ignora, incurante. Non c'è più nessuno, come in certe vecchie case di certe vecchie donne sole, che si riempiono solo per Natale, troppo poco per lasciare un segno e troppo poco persino per la felicità. Tutti sono via, altrove, emigranti del terzo millennio pronti a tornare a casa per curare quel po' di nostalgia e subito volare via verso vite più decenti, e verso luoghi meno feroci. Quelli che sono rimasti lottano ogni giorno contro ogni possibile male, contro la morte dietro l'angolo, contro l'oppressione asfissiante di milioni di abusi quotidiani, contro un futuro che non esiste e un presente da mascherare con ridicole apparenze. Si vive una vita che non è, elemosinando il pane, uccidendo giorno dopo giorno i diritti più piccoli e le ambizioni più meschine, dimenticando, ignorando, ipotecando... Nulla è più scandaloso o atroce, e le regole sono sempre quelle del più forte. Si vive barricati nel proprio mondo, aggrappati ai fragili oggetti del quotidiano, come folli che annullano le emozioni per non morirne.
Ho avuto paura. E tristezza. Ho capito che il mio viaggio è solo iniziato, e che lì non tornerò più. Che la mia vita ha conosciuto altro, e di più, e che di quei giorni felici farò bene a conservare il ricordo.